Mentre il Presidente statunitense Donald Trump si scaglia nuovamente contro il Green Deal e, a suo dire, l’inutilità delle energie rinnovabili, la realtà nel continente europeo va esattamente in senso opposto. Per la prima volta in Europa la generazione elettrica da solare ed eolico ha superato quella da gas e carbone come mostrano i dati sulla generazione elettrica del 2025 di Terna, l’operatore italiano della rete elettrica. Il dato importante è che il solare in Italia ha segnato il record di produzione con 44,3 TWh, un incremento del 25% rispetto al 2024, consentendo di superare gli obiettivi fissati dal Governo. Più rinnovabili, batterie ed efficienza energetica significa meno consumo di combustibili fossili. Ciò si traduce per l’Europa e per l’Italia in una minore dipendenza dalle importazioni, dalle fluttuazioni di prezzo e dai “diktat” dei produttori.
In un mondo in cui i combustibili fossili vengono ancora utilizzati come armi geopolitiche e strumenti di coercizione economica, queste tecnologie permettono di riprendere il controllo sull’energia, garantendo oltre al risparmio, scelte autonome e libere. Non a caso la Vicepresidente della Commissione europea per il clima e la competitività, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha ri-coniato il Green Deal come “Freedom Deal”.
Che partita vuole giocare l’Italia? I tre dilemmi del Governo
In Italia, il prezzo del gas determina il prezzo dell’elettricità per circa due terzi delle ore dell’anno, condizionando così il prezzo finale della maggior parte degli usi domestici e industriali del Paese.
Qui emerge un primo dilemma per il Governo italiano: più difende le politiche fossili e commerciali degli Stati Uniti – si veda a conferma anche il recente Piano d’azione per l’export italiano che mira ad aumentare l’import di GNL americano – sempre meno sarà in grado di costruire autonomia strategica e contenere i prezzi di elettricità e gas.
La strategia trumpiana, sempre più riflessa nella politica energetica nazionale, rischia così di intrappolare l’Italia, come il blocco europeo, in nuove dipendenze, tenendoli costantemente in scacco, con dirette conseguenze per i consumatori europei, schiacciati nella morsa dei prezzi del gas.
Sin dal suo insediamento il Governo ha adottato politiche favorevoli a sviluppare nuove infrastrutture gas, come gasdotti e rigassificatori, nonostante risultino superflue per la sicurezza degli approvvigionamenti e penalizzanti per cittadini e imprese. Si protegge così un sistema regolatorio che garantisce il ritorno degli investimenti su queste infrastrutture, recuperato in bolletta, indipendentemente dal loro effettivo utilizzo.
Qui emerge un secondo dilemma per il Governo: più promuoverà lo sviluppo di nuove infrastrutture gas, all’interno di un sistema regolatorio che incentiva sovrainvestimenti non giustificati, più i costi dell’energia aumenteranno. Se i 13,6 miliardi di euro di investimenti previsti nei piani decennali degli operatori della rete gas venissero confermati, le tariffe gas aumenterebbero tra il 18% e il 66% al 2030 e fino al 483% al 2050.
A questo si aggiunge l’attuale politica fiscale per cui il sistema di tassazione rimane sproporzionatamente favorevole al gas rispetto all’elettricità. Quest’ultima è infatti gravata di un carico fiscale, di oneri e costi ambientali di oltre tre volte rispetto al gas. Una fiscalità più bilanciata creerebbe i giusti incentivi per i consumatori per investire su soluzione più pulite, efficienti ed economiche, come rinnovabili e batterie.
